Le esportazioni del petrolio in Sudan sono cresciute esponenzialmente negli ultimi anni, ma la popolazione e l’ambiente ne risentono enormemente.
Migliaia di persone sono state costrette a lasciare le rive del Nilo Bianco dove la pesca e l’agricoltura garantivano la sopravvivenza. A cacciarli sta volta sono stati gli effetti collaterali delle raffinerie di petrolio: la loro esistenza è stata stravolta quando la compagnia White Nile Petroleum Company (WNPCO) – capitanata dai malesi – è sbarcata nel sud Paese nel 2006 ed ha cominciato la produzione.
L’Agenzia France Presse riporta che negli ultimi due anni 30 persone, tra cui 27 adulti e tre bambini sono morti a causa della contaminazione delle acque, e più di mille si sono ammalate. Anche l’ambiente è minacciato: il fumo nero che esce dalle ciminiere delle raffinerie è causa di inquinamento e l’ONU teme catastrofi.
L’acqua salata che viene immessa nel sottosuolo per mantenere la pressione delle riserve d’olio produce una incremento della salinità nell’acqua. Secondo un rapporto dell’agenzia ONU per la protezione dell’ambiente il concentrato di nitrato è di circa 81.6 mg per litro d’acqua, ben al di sopra della quantità raccomandata – 10 mg per litro. Dosi così alte di nitrato possono essere nocive soprattutto per i bambini. Il responsabile dell’agenzia ONU si è appellato al governo perché intervenga prima che una catastrofe colpisca l’ambiente e semini altri morti tra la popolazione.
Nonostante le pressioni internazionali per mettere fine al massacro in Darfur, le voraci potenze economiche asiatiche – tra cui la Cina e la Malesia – continuano ad investire milioni di dollari in Sudan. La costruzione dell’oleodotto che congiunge l’interno del Paese con il Porto del Sudan ha aumentato le esportazioni di petrolio. Dal 1999 la produzione di petrolio è cresciuta in modo costante e secondo Angelina Tany, Ministro di Stato per l’energia, il Sudan produrrà un milione di barili di greggio entro la fine del 2008.