August 11, 2008...8:53 am

Che senso ha la sofferenza? Integrazione tra umanesimo e scienza

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Pochi filosofi hanno avuto un’opinione alta della sofferenza. Semmai, il saggio é colui che tenta di ridurne le cause: ansia, disperazione, ira, mancanza di stima di sé, travagli amorosi…

«Presi in mano (il libro di) Schopenhauer come qualcosa di assolutamente sconosciuto e mi misi a sfogliare le pagine. Non so quale demone mi stesse sussurrando “Portati a casa questo libro”. Comunque sia, così feci, benché ciò fosse contro al mio costume di non affrettarmi mai nell’acquisto di un volume.  A casa mi lasciai cadere in un angolo del divano con il mio nuovo tesoro, e lasciai che quel genio dinamico e tetro facesse presa su di me. Ogni riga sapeva del dolore lancinante della rinuncia, della negazione, della rassegnazione».

Il virus che contagiò Nietzsche passò attraverso l’opera di Shopenhauer, ma originariamente covava all’interno dell’opera Etica Nicomachea di Aristotele, secondo il quale «Non il piacere, bensì l’assenza del dolore é il fine cui tende l’uomo saggio (…) Lo stolto corre dietro ai piaceri della vita e si vede ingannato:   il saggio evita i mali… e per evitare i mali deve accontentarsi di condurre un’esistenza tranquilla in “una stanzetta antincendio”». 

La “folgorazione” di Nietzsche che l’ha portato a riconsiderare la filosofia pessimista del “genio dinamico e tetro” parrebbe essere avvenuta proprio in Italia. Nell’autunno 1876, accettò l’invito dell’amica Malwida von Meysenburg a trascorre un periodo a Sorrento. Sarà il paesaggio marino, il Vesuvio, la cucina mediterranea o magari il clima, ma sta di fatto che Friedrich tronca un decennio di fedeltà ininterrotta agli insegnamenti di Schopenhauer. Nietzsche intuisce che “la felicità non andava perseguita scansando il dolore, ma individuando nel dolore il ruolo di passo naturale e ineluttabile sull’unica via che poteva contribuire a concludere qualcosa di buono (…) I progetti umani più gratificanti apparivano dunque inseparabili da un certo grado di tormento; le fonti delle nostre gioie più grandi, scomodamente prossime a quelle delle nostre peggiori afflizioni…». 

Quando l’esperienza umana della malattia si impregna di sofferenza, percepiamo un cambiamento globale nel nostro modo di essere.  La malattia distribuisce impotenza e fragilità, crea dipendenza dalle altre persone riducendo i confini spaziali e temporali.  Il nostro corpo, che era qualcosa di non avvertito, di “fuori da me”, diventa percepibile, prende parola e attraverso il dolore pone delle domande di senso: la malattia non é affatto una cosa ovvia, ma ha bisogno di essere capita e spiegata per trovare una risposta a quelle domande. 

Essa coinvolge l’uomo nella sua globalità, ma ormai sono secoli che l’uomo moderno non prende in considerazione le interrelazioni tra mente e corpo.  Il pluri-citato Descartes (o Cartesio che dir si voglia), quando decise di salvare le realtà spirituali di Dio e dell’uomo dalla minaccia del materialismo che andava diffondendosi con la scienza meccanicistica, ha operato una spartizione tra il regno dello spirito (rex cogitans) e il regno della materia (rex extensa). 

Da allora l’individuo può considerarsi ed essere considerato da un punto di vista strettamente metafisico o squisitamente meccanico.  Ma chi é veramente l’uomo? Secondo la filosofia cartesiana é possibile una doppia risposta: o mente o corpo.  E se invece l’essenza dell’uomo risiedesse proprio nell’unità perduta, nell’integrità individuale?

I tanti ammirevoli progressi fatti dalla scienza in tutti i settori, compreso quello della scienza medica, sono stati sicuramente favoriti dalla visione dell’uomo come macchina capace di trasformare l’esperienza della malattia in un “guasto” della macchina umana, che necessita di essere riparato.  Addirittura assistiamo ad una “frattura nella frattura”: si frantuma l’unità dell’uomo e si localizzano la malattia e il dolore tanto da poter individuare e aggredire le parti danneggiate. Nasce la medicina iper-specializzata che giunge a classificare le malattie degli organi e dei tessuti.  Questa scomposizione ha permesso di ottenere le più grandi conquiste della moderna scienza medica. 

Ma, come sempre, non c’é mai un unico punto di vista per osservare della realtà. 

La scissione, la scomposizione, l’iper-specializzazione e l’interpretazione analitica offrono al medico una visione parziale: la testa china e gli occhi fissi su quella parte di corpo danneggiata, impediscono al medico di sollevare il capo per accorgersi che il “guasto” genera un disagio “non localizzato”, irrispettoso dei confini imposti dalla scienza, ed é responsabile del dolore e della sofferenza del malato. Dolore e sofferenza sono un’esperienza difficilmente archiviabile, diversa a seconda non soltanto della personalità ma anche della cultura. 

«Le culture tradizionali affrontano il dolore, e l’infermità e la morte, interpretandole come sfide che esigono una risposta dall’individuo stesso che si trova in difficoltà; la civiltà medica le trasforma invece in richieste avanzate dagli individui all’economia, cioè in problemi che si possono amministrare o estrarre dal quadro esistenziale. Le culture sono sistemi di significati, la civiltà cosmopolita é un sistema di tecniche. La cultura rende tollerabile il dolore integrandolo in una situazione carica di senso; la civiltà cosmopolita distacca il dolore da ogni contesto soggettivo o intersoggettivo per annientarlo.  La cultura rende sopportabile il dolore interpretandone la necessità; soltanto il dolore che si considera rimediabile non si può sopportare (…) Perché un dolore vissuto costituisca una sofferenza nel senso pieno del termine, bisogna che sia inserito in un quadro culturale. Per permettere agli individui di trasformare il dolore corporeo in un’esperienza personale, ogni cultura offre almeno quattro sottoprogrammi in rapporto tra loro: parole, droghe, miti e modelli.  La cultura dà al dolore la forma di una domanda che si può esprimere con parole, grida e gesti, nei quali é spesso riconoscibile il disperato tentativo di partecipare l’estrema solitudine con cui si vive confusamente l’esperienza dolorosa:   l’italiano geme e il prussiano digrigna i denti.  (…) É la professione a decidere quali sono i dolori autentici, quali hanno una base somatica e quali una psichica, quali sono immaginari e quali simulati.  La società riconosce questa valutazione professionale e vi si attiene.  La compassione diventa una virtù obsoleta. La persona che soffre trova intorno a sé un contesto sociale sempre meno capace di dare senso all’esperienza che spesso la schiaccia». 

La critica sferzante di Ivan Illich é stata formulata per la prima volta nel 1977. 

Rivista all’alba del 2006 l’approccio dell’opera risulta eccessivamente polemico: l’attacco di Illich ai tentativi della medicina di quegli anni di mettere a punto idonee terapie del dolore, appare “decontestualizzato” agli occhi della medicina e della società moderna (anche se esistono ancora non poche riserve da parte dei medici nella somministrazione degli oppiacei).  Ma la condanna allo svuotamento di senso e relazioni, a favore del progresso medico, evidenzia che la stesura della storia della “medicalizzazione del dolore” é fatalmente ancora in corso d’opera. 

La medicalizzazione ha provocato l’ipertrofia dell’intervento tecnico, privando la cultura della capacità di integrare tutti gli strumenti o “sottoprogrammi” necessari per fare fronte al dolore. 

Da molti punti di vista, questo processo é inevitabile, ma non é giustificabile avvallare l’idea che propone come vero e unico volto della malattia solo quello scientifico, ignorando deliberatamente la percezione che si stia trascurando qualcosa di prezioso.  Nel formulare un progetto terapeutico é importante che il medico tenga in considerazione tutti gli aspetti nella loro complessa interrelazione, soffermandosi sul che cosa si prova, ma anche sul chi prova.  La conoscenza dell’universo che l’individuo-malato si porta con sé può tornare molto utile anche a fini terapeutici, e coinvolge il paziente in una relazione “personalizzata” che lo induce ad assumere la responsabilità del suo percorso di cura. Umanizzare la medicina significa che se il medico é consapevole che per il paziente la malattia é un’esperienza vissuta, diventa di grande valore la partecipazione del medico nella ricerca di senso. 

Interrogando la classe medica, si rileva che, in media, il 30% del tempo totale di una visita é solitamente dedicato (o così dovrebbe essere) alla relazione interpersonale.  Se é la qualità che fa la differenza, anche quella percentuale potrebbe essere dirimente per una svolta positiva che mira al benessere del paziente. Benessere in questo caso non é inteso solo come vittoria sulla malattia, ma anche come quella condizione nella quale l’individuo é cosciente del suo progetto di cura e si sente “com-partecipato” , in sintonia con il suo medico a cui si affida (non potrebbe fare altrimenti…) con la mutua consapevolezza di stare affrontando insieme una sfida: ripristinare un equilibrio.  La sfida assume i connotati di un’epopea se la si considera come una chance che la malattia dà al medico per alzare la testa e lo sguardo dal guasto della macchina e guardare all’uomo con una prospettiva globale.  Parimenti é una chance per il paziente di acquistare sicurezza e responsabilità, di diventare, protagonista attivo del suo percorso di cura e di intraprendere il cammino verso il significato. 

 

 

Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo,

 

GIURO:   

 

di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento;

 

di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;

 

di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente;

 

di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona non utilizzerò mai le mie conoscenze;

 

di prestare la mia opera con diligenza, perizia e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione;

 

di affidare la mia reputazione esclusivamente alle mie capacità professionali ed alle mie doti morali;

 

di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione;

 

di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni;

 

di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica;

 

di prestare assistenza d’urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’Autorità competente;

 

di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente é fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto;

 

di osservare il segreto su tutto ciò che mi é confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato.   

 

Per quanto possa venire modernizzato e riadattato per essere “al passo coi tempi”, il giuramento di Ippocrate non potrà mai cessare di ricordare che la medicina é un’arte, che prende vita e sapore nella relazione con il paziente, relazione basata sulla fiducia e il reciproco rispetto. L’integrazione tra umanesimo e scienza é una necessità.  É l’appello della sofferenza stessa, che si fa sempre più silenziosa e incomunicabile non solo perché l’incomunicabilità, secondo molti, é una caratteristica in essa connaturata, ma anche, e a mio parere soprattutto, perché si abbandona la sfida di renderla comunicabile. 

    


Nietzsche 1962, pp.  25

Botton 2000, pp.  230-235

Illich 2005, pp.  144-147

Il giuramento di Ippocrate, testo moderno

Estratto da: Prossemica del dolore psicofiso e relazioni interpersonali. Aspetti e applicazioni. Tesi di laurea 2004-2005 Claudia Giampietri


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3 Comments

  • Mathias Andreas Reiter

    …Ciao Piccola …sono sempre stato un poco presuntuoso però mi fa piacere che a certi ragionamenti ci stai arrivando …”da sola”! …sto leggendo “Il Tao della Fisica” …di un certo Capra …Fritjof Capra mi sembra …magari nei Tuoi percorsi di ricerca l’hai già incontrato …magari no! …la mia esistenza procede ancora in modo quasi insignificante …tesa a sistemare il quotidiano altrui …sicurezze altrui …mentre il mio percorso personale è arrenato …congelato …cerco di far ridere la gente per specchiarmi nei loro occhi …mentre io godo di più con le mie lacrime!!! …Ti abbraccio

  • Ciao Claudia,
    non ci conosciamo ma io ho sentito molto parlare di te da tua madre. Mi chiamo Giovanna e lavoro per l’Omeopiacenza; il mio percorso di studi è stato diverso da quello della maggior parte dei miei colleghi: sono laureata in filosofia ed è probabilmente per questo che Giuliana mi ha consigliato di leggere il tuo articolo. Bello e denso di spunti di riflessione!!
    Non posso che accogliere pienamente le riflessioni di Nietzsche sul dolore. Accettazione, ma su questo termine bisognerebbere aprire un capitolo a parte: per evitare fraintendimenti forse la parola adatta sarebbe ELABORAZIONE del dolore come unica via possibile all’apertura del senso…anzi accettazione della morte che il dolore sempre inequivocabilmente evoca.
    Ma trasformare il corpo in macchina da smontare e riparare, lo priva dello spirito, dell’anima (o di qualsiasi altro termine si voglia usare per dire l’neffabile della vita), lo priva “teoricamente” della possibilità di soffrire e di morire…regalandoci la più fallace delle illusioni.
    E così quel corpo che nell’accettazione della propria sofferenza potrebbe rivelarsi come il tramite per andare oltre noi stessi incotro al mondo, agli altri, alla vita, diventa il più insormontabile degli ostali alla possibilità di incontrare noi stessi…e quale solitudine nel vivere il dolore e la malattia lontani da noi stessi e dal mondo!!!
    Parli di responsabilità nel percorso di cura (quanta forza nelle tue parole!), ma purtroppo il sistema che gestisce l’offerta di cura risucchia il malato in un vortice di deresponsabilizzazione che spesso è funzionale allo stesso paziente per rimuovere la paura della morte. E così ecco che è oramai il Sistema stesso ad essersi sostituito al “divino”.
    Eppure non posso che ricordare spesso le parole di una cara amica che dopo anni passati a lavorare nei reparti d’ospedale con i malati terminali, osservava come le piante in quei corridoi asettici crescessero inaspettatamente rigogliose ed ostinate!!!

  • Cara Giovanna,
    condivido quello che dici riguardo al Sistema. Parte delle tue affermazioni fanno parte dell’introduzione alla tesi, che scrissi con una foga esasperante, arrabbiata con un sistema che cosidero spesso disumanizzante.
    Elaborazione del dolore. Esatto. È un processo, tutt’altro che facile, ma se si arriva in fondo si é finalmete liberi.


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