August 11, 2008...7:55 am

Sofferenza nelle tradizioni orientali.

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Dire “tradizioni orientali” rischia di essere una generalizzazione che non chiarisce le preziose diversità che il grande ventre orientale accoglie in sé.  Tanto per cominciare é opportuno specificare che l’oriente a cui farò riferimento é l’estremo oriente, e non il medio oriente la cui filosofia, purtroppo, non ho modo di approfondire.  Alla visione estremo orientale si rifanno alcuni approcci medici diffusi anche nel nostro Paese, come la medicina cinese, la medicina tibetana e quella ayurvedica. 

Le visioni orientali hanno un passato antichissimo, originariamente caratterizzato da una trasmissione orale che risale addirittura al XVI secolo avanti Cristo. Queste visioni si sono modificate e divise in altre di cui ricordiamo quella indiana (comprendente Induismo e Buddismo) e quella cinese (comprendente Taoismo e Confucianesimo). 

Nelle visioni orientali il concetto di “salute” é strettamente collegato ad un percorso spirituale che rende l’uomo consapevole. L’uomo spiritualmente consapevole é colui tendenzialmente sano, a contrario di colui non consapevole che sarà turbato da ansie e malattie. La salute é il frutto dell’armonia dell’uomo con il Cosmo, e il dolore é causato dalla disarmonia, dalla rottura, dall’allontanamento dell’individuo dall’ordine prestabilito delle cose, dal sistema di causa-effetto nel quale il singolo, ma più complessivamente il genere umano, sono inseriti.  Vita e morte, luce e ombra, parola e silenzio: non esiste uno senza l’altro. Tiziano Terzani che é stato un sensibile e curioso giornalista inviato in Oriente, usa il simbolo del Tao per descrivere con che occhi l’Oriente guarda la realtà:  «Il simbolo più bello con cui l’Asia ha raccolto tutto questo é lo Yin e lo Yang in cui il nero e il bianco, il maschile e il femminile, il sole e la luna, il fuoco e l’acqua sono uniti in un’unità che é l’armonia della vita. All’interno del buio c’é la luce e all’interno della luce c’é il buio.  Se non capiamo questo non capiamo perché viviamo, non riusciamo a vivere coscientemente in quelle mille dimensioni nelle quali siamo fortunati di crescere, ma che per convenienza, per abitudine, per schiavitù intellettuale finiamo per dimenticare». 

Immersi come siamo, ormai da più di centoquaranta pagine, in un clima di riflessione, propongo la lettura dell’intervista al Maestro Thanavaro, che offrendo il suo punto di vista, frutto del suo personale percorso, suggerisce una possibile strada per diradare la nebbia creata dalla sofferenza, dalla paura e dall’incapacità di fare chiarezza sul nostro percorso di esseri umani.  «Trasformare la vita nel nostro percorso spirituale é un invito a fare un passo coraggioso al di là del conosciuto, nel qui e ora, per ritrovare chiarezza nelle nostre intenzioni, amore nelle motivazioni, umiltà nelle azioni. Il presente sarà la tela sulla quale dipingeremo un’opera d’arte, la nostra vita» (Thanavaro 1995). 

M.  Thanavaro ci aiuta ad approfondire alcune tematiche attraverso una lucida e attuale analisi del concetto di sofferenza, di malato, di malattia di cura e sanità. 

Maestro Thanavaro, cominciamo dall’abc: secondo la filosofia buddista, che cos’é la sofferenza?

La sofferenza é un evento nella coscienza dell’individuo. Potremmo dire che é già una traduzione dell’evento che comunemente chiamiamo malattia o che percepiamo come dolore fisico. 

La sofferenza é una modalità del soggetto di rispondere all’evento.  Nell’ambito della tradizione buddista si dice che é possibile evitare la sofferenza, ma é pressoché impossibile evitare il dolore. Dunque il dolore é connaturato nella condizione psicofisica dell’individuo, o meglio, fisica dell’individuo; la sofferenza invece é un elaborazione parziale del dolore. 

La sofferenza modifica il rapporto dell’individuo con sé stesso?

Come dice Jack Kornfield, insegnante di meditazione e psicoterapeuta, “Ogni vita ha la sua porzione di dolore.  Talvolta é proprio questa che ci risveglia”. 

Attraverso l’esperienza del dolore e anche di una nostra non comprensione del dolore, quindi della conseguente sofferenza, noi possiamo ritrovare un rapporto vero con noi stessi e con gli altri. 

Possiamo comprendere il senso del nostro vivere e del nostro esperire in quel particolare modo un determinato evento chiamato appunto dolore e sofferenza. 

Il messaggio del Buddha si presenta come la via che conduce alla fine di ogni sofferenza: va al di là di un percorso prettamente medico rivolto al benessere fisico o psicofisico. Si presenta come percorso trans-personale o spirituale, in quanto propone una condizione al di là della forma fisica. 

Ti sembra plausibile affermare che il corpo si rende percettibile attraverso il dolore?

Decisamente il dolore é un grosso richiamo della coscienza nel corpo. 

Il dolore é un occasione che ci permette un maggiore radicamento nel corpo e il recupero del proprio corpo attraverso un percorso di “accudimento”, di cura, di guarigione, ci aiuta a cogliere sia il senso del nostro limite fisico, che il senso della dimensione infinita che é propria della nostra natura spirituale, cioè la realtà più profonda. 

A questo proposito un richiamo molto acuto si trova nell’ambito della tradizione del buddismo Mahayana: il praticante viene sollecitato alla riflessione continua sulla relazione: “la forma é vuoto, il vuoto é forma; la forma é forma, il vuoto é vuoto”. 

É un richiamo sul quale occorre riflettere un po’ più a lungo… L’approccio olistico, cioè quello che considera l’individuo come un’unità, si sta diffondendo anche nella tradizione medica occidentale, e con non poche difficoltà e confusioni…

Nell’ambito medico sono sempre più diffusi gli approcci olistici, per cui l’individuo non viene più visto in termini di sezioni staccate, separate.  Anche la medicina si sta avvicinando ad una concezione prettamente orientale e dunque di interrelazione e interdipendenza, considerazione dell’essere umano come “intero”… per così dire. 

La tradizione orientale ha generato tutta una cultura, un modo di pensare che facilita questo tipo di contatto e di comprensione del proprio male.  Molto spesso i cosiddetti maestri spirituali erano un punto di riferimento molto presente nell’ambito di un percorso di guarigione, non solo su un piano fisico ma anche su un piano spirituale. In questo senso le tradizioni terapeutiche della medicina orientale, cinese o indiana, sono ricche di spunti di riflessione per l’occidente. 

La visione olistica che permette di guardare al malato nella sua interezza e globalità, é considerata dalla tradizione allopatica con comprensibile scetticismo scientifico.  Ma forse c’é dietro qualcos’altro…

Sicuramente c’é il timore di affrontare l’essere umano come unità perché richiede un impegno profondo e maggiore, in un contesto in cui c’é una mancanza di relazione con il paziente. 

Chi é il malato?

Non c’é il malato. Nessuno é malato.  Ma questa é una concezione prettamente orientale che viene dal mio training, dal mio addestramento nell’ambito meditativo.  La persona é al di là della colpa, al di là della malattia.  Tuttavia, cause e condizioni hanno determinato l’evento della malattia che spesso viene vissuta in termini di colpa e di crimine interno che necessita un’espiazione. 

É molto importante liberare il soggetto da questa introiezione del male.  L’individuo é al di là del male e pertanto é anche al di là del bene: é al di là del conflitto. 

É possibile di fatto contattare quel livello di coscienza superiore per cui si osserva l’evento; a livello terapeutico, un passo fondamentale per entrare consapevolmente nel processo di guarigione é quello di acquisire la posizione del testimone. Questa é la dimensione di osservazione: io non sono più legato al turbamento psicologico che é proprio della coscienza in balia del proprio malessere, della propria problematica o del male, ma sono al di là dell’evento stesso e pertanto lo posso osservare.  Questa posizione di neutralità, o meglio di “equanimità”, permette di cambiare l’evento stesso, e di essere parte attiva nel percorso di guarigione. 

Oggigiorno ci sono varie tecniche utilizzate anche nell’ambito medico, definite di visualizzazione, ove il cosiddetto paziente viene chiamato ad una partecipazione attiva attraverso un differente approccio al proprio disagio, al proprio malessere.  Lo scopo é permettere che egli possa effettivamente uscire dalla concezione “io sto male, io sono malato…” tipica dell’identificazione con il problema.  In altre parole questo “senso dell’io” deve venire disgiunto dall’evento che caratterizza il nostro stato d’animo, il nostro stato fisico, psichico e così via…

É quello che nella tradizione indiana chiamano il “sé superiore”; il buddismo preferisce parlarne in termini di vacuità. 

Negli ultimi anni, si sono diffuse in tutta Europa delle realtà di accoglienza ai malati terminali, i cosiddetti hospice nati dall’esperienza anglosassone di Cecily Sonders.  Esistono in oriente realtà paragonabili agli hospice?

Non so se si possa parlare in termini di strutture ospedaliere. In effetti ci troviamo in un contesto culturale, geografico diverso.  Ma mi viene in mente la città di Varanasi: l’intera città é un hospice.  Nel senso che é la città che accoglie tutti i malati terminali di fede induista; pertanto, un devoto induista che fin da piccolo é cresciuto con la convinzione che Varanasi sia il luogo sacro dove andare a morire, non può che recarsi là. All’interno della città ci sono grandi e piccoli centri d’accoglienza, dove queste persone aspettano anche magari una decina d’anni prima di morire. 

Per esempio una persona già anziana, che ha perso i parenti e non ha altre preoccupazioni mondane, si ritira a Varanasi nell’attesa del suo momento. 

L’intera città ha questa particolare atmosfera, oltre al fatto che poi sulle rive del Gange che attraversa la città, da millenni vengono fatte le cremazioni.  É un luogo di riflessione, di contemplazione, é un luogo sacro dove si tocca profondamente il senso del vivere. 

E per quanto riguarda la formazione medica o paramedica? Immagino si utilizzino tecniche simili a quelle occidentali…

Per molti versi la formazione occidentale e quella orientale vanno di pari passo. Negli ultimi decenni é stata favorita la chirurgia, dunque tutto l’aspetto, diciamo… tecnologico dell’intervento medico e paramedico. 

Chi si prende cura del paziente?

C’é il supporto collettivo. Sono importanti i riferimenti alla propria famiglia e alla propria fede religiosa. Quindi il sostegno viene assicurato dalla presenza costante dei famigliari. Non a caso molto spesso i reparti degli ospedali, i locali stessi accolgono non solo il malato, ma l’intera famiglia. Questi dormono sotto i letti, si adattano in tutti i modi, perché di fatto il personale medico-infermieristico non può essere veramente così presente… anche nell’ “accudimento” del malato stesso.  C’é bisogno di una sostegno più ampio, che solo il nucleo famigliare può assicurare.  É di fondamentale importanza. 

Una delle cause di disagio sociale di cui é accusato l’occidente é proprio la disgregazione del nucleo famigliare, l’assenza della famiglia nel percorso di crescita, di guarigione, di vita…

E proprio qui, infatti, si percepisce una differenza: il nucleo famigliare é partecipe ed attivo rispetto al percorso di guarigione, mentre molto spesso in occidente ci troviamo in una situazione di “estraniamento” e passività rispetto allo stesso percorso terapeutico.  Capita spesso che venga impedito l’accesso e la visita al paziente… al proprio caro; e quindi, in quanto pazienti ci sentiamo in balia degli eventi. Questo disorientamento accresce inevitabilmente la stima e la considerazione nella figura del medico. Ma io mi chiedo se questa collocazione relazionale non favorisca una salita “verticistica” nell’ambito della relazione:  chiaramente il medico, il primario, il chirurgo sono diventati come il sommo sacerdote in terra e a questi soltanto ormai ci si rivolge. 

C’é qualcosa di poco “onorevole” nel comunicare una situazione di sofferenza?

La naturalezza ci porta a vivere pienamente la propria condizione di dolore e di disagio, non c’é vergogna. In oriente non si sente il senso di vergogna rispetto alla propria condizione fisica e soprattutto rispetto al proprio aspetto fisico. 

Le culture orientali sono a noi note come le culture del “non contatto”.  É cosi?

Effettivamente il contatto fisico in oriente riguarda la sfera dell’intimità, nel senso che avviene nell’ambito del nucleo famigliare ed é caratterizzato dalle diverse modalità di rapporto. C’é da dire, per esempio, che nella tradizione indiana il contatto del corpo é presente sin dai primi momenti di vita del bambino. C’é tutta una tradizione di massaggio terapeutico presente anche nella tradizione tailandese, tibetana, cinese ecc…

Il contatto con il corpo é considerato di importanza fondamentale per lo sviluppo e la guarigione; non a caso, il primo intervento di pronto soccorso, e prima ancora di prevenzione, avveniva nell’ambito del nucleo familiare. Il bambino massaggiava il nonno più anziano, il quale era depositario delle tecniche di massaggio.  Un contatto reciproco all’interno della famiglia che si tramanda di generazione in generazione.  Nelle aree rurali é molto presente…

Come si sente una persona che cresce con una visione olistica dell’uomo, quando si trova a vivere in un contesto e in una cultura occidentale, magari anche nei panni del malato?

I nuovi flussi migratori ci hanno portato a contattare altre culture… altri miti sociali.  Molto spesso queste persone sono in grado nel corso di pochi decenni di creare degli habitat o dei contesti sociali che diventano la loro salvaguardia.  Nel senso che sia la comunità asiatica, tailandese o indiana, bengalese e così via… ripropone in un contesto occidentale il proprio modo di vivere. 

Questo nasce dalla necessità di garantire la propria identità.  Le loro difficoltà si presentano nel momento in cui sono soggetti a un contatto diretto con le istituzioni.  Nel caso di una problematica di salute ci potrebbe essere un certo smarrimento nella circostanza di ricovero ospedaliero. Ma, come abbiamo detto precedentemente, se il nucleo famigliare é presente, il senso di smarrimento viene subito appagato dall’attenzione, dalla cura e dalla vicinanza dei connazionali. 

La condizione precaria di salute di un membro della comunità é motivo di fermento per far sentire tutta la partecipazione e la presenza.  Ne scaturiscono lamentele da parte del personale ospedaliero perché non é abituato a vedere così tante persone.  Si presentano come nuclei famigliari allargati e questo può essere fonte di disagio, ed é sicuramente un forte punto di differenziazione culturale. 

É difficile spiegare come un occidentale riceva la visita di 4-5 persone e un orientale ne riceva 15-20 o più.  E’ difficile a volte anche gestirle…

Abbiamo accennato a come il dolore modifica il rapporto con sé stessi.  É possibile affermare che il dolore rivoluziona i rapporti interpersonali e universalizza le reazioni?

Quando noi proviamo dolore avvertiamo l’universalità del nostro essere… é una condizione che appartiene a tutti gli esseri viventi.  Il punto fondamentale nell’affrontare il proprio dolore é la compassione, cioè la capacità di “stare con” il proprio dolore e la sofferenza quindi l’incapacità di cogliere il senso profondo di questa esperienza.  Se noi siamo in grado di aprire il cuore alla sofferenza di un altro, ecco che anche il nostro intervento terapeutico sarà più efficace, perché non avremo bisogno della corazza che molto spesso avvertiamo nel contatto umano con un medico. 

Il medico ha bisogno della corazza perché di fatto prova disagio, timore nell’aprirsi, nello starti vicino.  Io stesso in diverse situazioni mi sono trovato a vivere questa freddezza nel rapporto: sul piano tecnico hanno fatto tutto quello che dovevano fare, e sarò sempre eternamente grato al loro intervento… però mi é rimasta nella memoria questa solitudine che era dovuta al non riguardo, alla non attenzione, non presenza… e dunque mi sono sentito ignorato pur avendo ricevuto quello che dovevo ricevere sul piano tecnico… ma sul piano umano non mi sono sentito abbracciato.  Quando parlavamo del linguaggio del corpo… é questo secondo me che dovremmo recuperare, e tutti lo possono fare. 

Come?

Fisicamente! Il medico che abbraccia il proprio paziente non deve essere visto come un tipo strano… cioè, il primo atto é quello dell’accettazione.  Se poi questa accettazione ha anche una traduzione verbale, fisica… é di fondamentale importanza!

Non fa parte delle acquisizioni tecniche, fa parte della spontaneità, del sentire profondamente l’altro, di sentirlo vicino, di sentire possibile comunicarlo senza alcun tipo di fraintendimento.  Questo indubbiamente accade: quando si avverte questa particolare sensazione di unità… l’abbraccio vuole “scrivere” fisicamente un proprio sentimento. 

Penso che nell’etica professionale ci siano delle remore… per cui si guarda con sospetto quello che comunemente viene intesa come empatia, perché poi ci sono gli effetti collaterali dell’empatia che non permette la necessaria distanza e così via…

Secondo me é importante allenare la capacità di mantenersi lucido in quanto professionista e umano allo stesso tempo.  L’empatia é un modo bellissimo per far sentire l’altro come speciale, unico, prezioso…

Sì… i semi di amorevolezza, di cura, di attenzione al proprio paziente sono presenti anche nel famoso giuramento di Ippocrate al quale il medico dovrebbe sempre fare riferimento, proprio per rinnovare continuamente la propria motivazione a esercitare la professione. Quello che é accaduto in occidente é comune in molte società industrializzate: é l’effetto di una non comprensione del proprio ruolo professionale.  Per cui adesso si é spostata l’attenzione sui valori predominanti del successo, del riconoscimento, del denaro perdendo il contatto con quell’energia, quella forza, quell’entusiasmo per il proprio lavoro, e che possiamo recuperare solo in determinati contesti come quelli del volontariato.  La libera partecipazione alle problematiche degli altri, l’offerta dei propri talenti, delle proprie capacità professionali ci aiutano a rimanere fedeli a quei sentimenti che sono caratteristici del cuore: la compassione e la voglia di essere in qualche modo d’aiuto. 

Se esiste un rimedio per il “sonno” dell’occidente, da dove arriva?

 Secondo me passerà attraverso la sofferenza.  In questo senso la sofferenza é un percorso terapeutico: siccome siamo all’interno della legge di causa ed effetto, i semi del nostro futuro sono insiti nel presente, dunque nelle situazioni che stiamo vivendo in questo momento.  Le difficoltà devono essere affrontate con una visione nuova, olistica, che non é quella della separazione e della contrapposizione, ma é quella dei valori spirituali dell’universalità, della compassione, dell’amore, della compartecipazione, della comprensione dell’altro, dell’accettazione dell’altro. 

Questo mi permette di dire che il Buddha aveva individuato bene i mali dell’uomo, quando diceva che tutta la nostra sofferenza é riconducibile all’avidità, all’odio e all’ignoranza: questi sono i mali che il Buddha vuole guarire.  Anche nell’ambito della psicosomatica ci rendiamo conto che diverse malattie sono l’effetto collaterale di disposizioni psichiche… diciamo che rispondono a determinate tipologie, riconducibili all’avidità e all’eccessivo attaccamento, all’avversione, all’inimicizia, all’odio oppure alla stupidità, all’ignoranza, alla mancanza di discernimento e così via…

Un ultima domanda: tu hai vissuto un’esperienza cristiana in modo profondo e autentico prima di venire in contato con il buddismo.  La religione cristiana e la filosofia buddista procedono di pari passo?

Sì… la mia perplessità, rispetto all’attitudine propria della visione giudaico-cristiana della sofferenza, nasce dal fatto che molto spesso la sofferenza viene oggettivizzata: ciò da luogo ad un fraintendimento, viene ritenuta un punto d’arrivo; mentre la presa di coscienza che la sofferenza esiste e che é alla base dell’insegnamento e del percorso buddista, non pone la sofferenza in termini di arrivo, di ineluttabile destino… voglio dire che non siamo nati per soffrire.  E dunque anche la sofferenza che mi accade, non deve essere necessariamente subita o esaltata, ma deve essere compresa come un evento all’interno della legge di causa ed effetto: l’atteggiamento é sempre quello della comprensione al fine di andare alle radici dalla propria sofferenza. 

La sofferenza di per sé non ha i contorni della sacralità… nemmeno nell’iconografia sacra buddista, non viene posto l’accento sulla sofferenza, bensì sulla liberazione, sulla gioia, quello che comunemente dovremmo chiamare “risurrezione dalla carne”. 

Ecco, questa é una mia perplessità, che può essere più o meno condivisa.

Penso che sia possibile l’incontro di questi due filoni di indagine ontologica, il giudaico cristiano e il buddismo. A mio avviso queste due modalità di osservazione della realtà non si escludano ma si arricchiscano, pertanto c’é bisogno di incontrarsi, non di dividersi, separarsi o allontanarsi. 

Emerge forte e chiara la responsabilità dell’individuo nel suo percorso di vita (che nello specifico può essere di cura, di crescita ecc.  ). E mi sembra altrettanto forte il richiamo alla cum-passione in termini di condivisione profonda che facilita la liberazione dalla sofferenza e crea legami indissolubili. 

 

Riferendomi nuovamente a Tiziano Terzani, é appassionante il lungo viaggio da lui intrapreso quando scoprì d’avere un cancro.  Pur “sentendosi a casa” in Asia, quando é stato il momento di curarsi non ha avuto dubbi: vola oltreoceano, a New York, affidandosi al Memorial Sloan Kettering Center una specie di concentrato di scienziati armati fino ai denti per combattere e sconfiggere il tumore. Dopo chemioterapie, radioterapie e altre terribili terapie, parte per il suo beneamato Oriente in cerca della cura. Viene in contatto con tradizioni terapeutiche tra le più bizzarre, ma di alcune ha fatto vero e proprio tesoro:  «Un’altra grande esperienza che ho fatto in un grande ospedale ayurvedico (…) Ogni giorno c’era una cosa stupenda: calava il sole cominciava un teatro meraviglioso fino all’alba, con suoni di cimbali, barriti di elefanti, balli, strane danze… che erano parte della cura perché i malati assistevano a questo spettacolo degli dei venuti sulla terra come a parte della loro terapia.  E infatti… il grande Ippocrate, il grande medico, che toglieva i pazienti dalla loro vita quotidiana, li portava sull’isola di Kos, isolati dal mondo… primo passo importantissimo verso una forma di guarigione – perché la malattia prodotta dal modo in cui viviamo, da quello che mangiamo (…) dalle persone che odiamo, dai mestieri assurdi che facciamo e che ci frustrano – e che cosa era parte della cura? Vedere almeno tre tragedie e una commedia. 

La senti la saggezza che c’era in tutto questo?!».

Nel corso del “viaggio” Terzani capisce che ciò che sta cercando, in realtà, non é una cura per il cancro, ma é la cura per la malattia di cui tutti siamo affetti: la mortalità.  Allora intuisce che la malattia é una chance che gli é stata data per trovare un senso alla sua esperienza. 

Non esiste cura! Non esiste miracolo! Sì… il miracolo esiste (…) ma tu devi essere artefice del tuo. (…) mi incuriosisce di più morire; mi dispiace solo che non potrò scriverne. Ma altrimenti, non mi preoccupo. Perché credo in qualche modo sono stato fortunatissimo anche in questo.  Godo di ogni giorno come fosse un altro giro di giostra e poi sento che sono in armonia, ho ritrovato equilibrio.  Che poi il sistema immunitario faccia casini… e chissene importa!.  .  .  Io sono in pace. 

E se lo sono davvero… mamma mia!… l’ho trovata con questo giro di giostra (…) la soluzione. 

 


  

Tratto da:   Mario Zanot, Anam Il Senzanome L’ultima intervista a Tiziano Terzani, Longanesi&C. 

Op.  cit. 

 

 Estratto da: Prossemica del dolore psicofiso e relazioni interpersonali. Aspetti e applicazioni. Tesi di laurea 2004-2005 Claudia Giampietri

 


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