Impressioni di Gulu: riflessioni condivise in una mail con un’amica questa mattina.
Mi trovo a Gulu dove sono arrivata lunedi’ sera. Riparto venerdi’ mattina. Tre giorni pieni per capire meglio questa parte di territorio. Tre giorni per incontrare persone. Ascoltare. Intervistare. Raccontare a mia volta.
Non sono abbastanza. C’e’ bisogno di tempo. Tutti quelli che ho incontrato che lavorano e vivono qui mi hanno detto di tornare. E stare piu’ a lungo. “Devi venire qui, stare almeno 10 giorni o 2 settimane. Devi prendere contatti con la gente che vuoi intervistare, devi farti conoscere prima. Si devono fidare.” Il discorso non fa una piega. Certo potrei intervistare qualcuno di quelli che e’ gia’ stato riempito di domande da decine di giornalisti e ricercatori. Ma le loro storie sono ormai “inquinate” e i miei fidati mi consigliano di ascoltare nuove voci, quelle di chi non ha ancora avuto l’opportunita’ di parlarne.
Parlare di cosa? Di una guerra che e’ durata piu’ di vent’anni e che lascia tutto da ricostrure: campi, case, vite. Ricostrure e’ tutt’altro che semplice. Ci vuole pazienza e bisogna nutrire la speranza di riuscirci.
Faccio base nel centro di formazione dei catechisti della diocesi locale. E’ un luogo vivace e mi sta offrendo infiniti spunti di riflessione.
Ogni sera a cena, oltre a padre Joseph – un pozzo di sapere appartenente agli Acholi che parla inglese con accento americano e italiano con una calata romana – ci sono altri personaggi incredibili che si aggregano al convivio. Alcuni sono qui per rimanere, altri come me sono solo di passaggio. Ma da questo crocevia di esperienze impari cento volte di piu’ che in vent’anni di solitaria in biblioteca. Non perdo occasione per fare domande e ascoltare in religioso silenzio le loro lunghe risposte. Li sto spremendo come i limoni e ho come l’ impressione che tireranno un sospiro di sollievo quando “alzero’ le tende”…
Padre Joseph, insieme a due americani – Tod Whitmore che e’ professore di teologia all’Universita’ di Notre Dame negli Stati Uniti, e Ronal Atkinson che e’ docente di storia all’Universita’ del South Carolina – stanno seguendo un progetto meraviglioso. Raccolgono la storia recente raccontata da chi l’ha vissuta. Storia orale, narrata dalle vittime del conflitto che viene registrata e sara’ poi tradotta dall’acholi almeno in inglese. Il raccontare la storia (sia quella micro o personale di chi parla, che quella macro) ha molteplici aspetti positivi: oltre ad avere il resoconto degli eventi, puo’ essere terapeutico per le vittime e potra’ essere utile ad altre comunita’ altrove che avranno la possibilita’ di condividere i processi di ricostruzione in atto. Paradossalmente dopo la distruzione che la guerra produce, nel dopo-guerra si generano infinite possibilita’ di ricostruzione nonche’ chance di riconciliazione.
Padre Joseph in particolare si occupa della riconciliazione tra gli Acholi. Raccontava di storie straordinarie tra cui quella di una donna a cui i ribelli del Lord’s Resistance Army (LRA o Esercito della Resistenza del Signore) rapirono i figli trasformandoli in soldati. I figli che sono riusciti a scappare hanno raggiunto la madre nei campi per i rifugiati. La voglia di normalita’ e’ tanta e un giorno questa donna e i suoi figli decidono di tornare al villaggio di appartenenza e ri-cominciare. Nello stesso villaggio la madre vede che tra coloro che si stanno ri-costruendo la casa c’e’ un soldato dei ribelli, proprio quello che le rapi’ i figli.
Cosa dice questa donna oggi? “Io l’ho perdonato. In nome della pace”.
Non c’e’ niente di piu’ potente di questo. Il processo di riconciliazione che questa donna ha elaborato, lei come molte altri, e’ l’unico modo per ricostruire una comunita’, per cementare la vita. In molti cuori non c’e’ piu’ spazio per odio, risentimento e vendetta.
Naturalmente non tutti sono riusciti nel processo. Ascoltando altre storie l’odio e il dolore sono ancora presenti. Le ferite sono profonde. Ma c’e’ speranza e questo e’ quello che conta. E in quei cuori dove l’odio trova ancora terreno fertile, persone come padre Joseph aiutano ad affrontare il lungo, delicato e difficile processo di riconciliazione, l’unico capace di generare una pace duratura, sostenibile.
3 Comments
May 13, 2009 at 5:26 pm
amore mi hai fatto commuovere…. sono contenta e orgogliosa di come sai vivere esperienze che portano frutti…. francy
May 14, 2009 at 10:14 am
…sarà un caso …ma proprio ieri mi domandavo ad alta voce dove fossi finita …rischiavo di entrare in crisi d’astinenza! …leggere i Tuoi percorsi è sempre motivo di orgoglio per me …che per un attimo ne ho fatto parte!…
May 25, 2009 at 7:02 pm
Leggendo il tuo articolo ho pensato a quanto una volta Padre Franco Cagnasso del PIME mi disse in relazione al dialogo con il mondo islamico:”Spesso sento parlare di dialogo da persone che non hanno mai conosciuto e parlato con un islamico……” e così è per la pace, spesso ci riempiamo la bocca di pace. La pace non sono certo le bandiere arcobaleno o le fiaccolate, ma è l’esperienza della pace che conta. Sicuramente parlane con chi ha vissuto sulla propria pelle la sofferenza della guerra e delle violenze è molto più pregnante per la vita. di fronte all’esperienza del perdono non si può che rimanere in ripettoso silenzio, non ci sono commenti. E’ la cosa più dirompente che una persona possa vivere, è l’esplosione della VITA. Continua a portarci le tue esperienze e fanne partecipe più gente puoi.