Maasai: tradizione, modernità, e un medico bianco

Sulle verdi colline della Loita al confine tra Kenya e Tanzania i Maasai stanno ancora celebrando il rito del “manyatta of the stool” o manyatta della seggiola. La seggiola (che in realta è uno sgabello  a tre piedi) può essere utilizzata soltanto dagli anziani o dai cosidetti “giovani anziani”. La cerimonia infatti è per i maasai maschi della stessa fascia di età (tra i 30 e i 35) che entrano a far parte dei “giovani anziani” e abbandonano il loro status di ragazzi acerbi. Dal momento in cui i giovani maasai diventano giovani anziani si possono scegliere le mogli e sono più rispettati all’interno della comunità. I manyatta sono le abitazioni tipiche maasai, costruite dalle donne con fango e sterco di vacca. Hanno una forma cubica, sono alte poco più di un metro e mezzo e sono completamente buie all’interno. Una minuscola porticina che si apre dall’esterno, fatta anch’essa di sterco e paglia, apre su una piccola entrata che conduce all’unica stanza che costituisce il centro della casa. Nel centro della casa c’è un fuoco dove le donne cucinano e ai lati ci sono due zone separate dove le donne dormono con i bambini e un’altra dove dorme il padrone di casa. Le donne sono invitate a condividere il letto del marito solo quando lui desidera avere rapporti sessuali. Il buio all’interno della casa è totale. Solo dopo un po’ di minuti l’occhio si abitua e si notano le sagome delle donne all’interno ma non si distinguono i profili e i connotati. La luce penetra da minuscoli buchi lasciati qui e là e i raggi del sole sembrano fili di una ragnatela bianchissima carichi di rugiada mattutina. 

In occasione della cerimonia le donne maasai costruiscono due cerchi di case separati che, se visti da sopra, assomigliano ad un otto. 

Le case vengono poi bruciate al termine della cerimonia che dura parecchi mesi e l’immenso falò infiamma la notte che sancisce la fine del manyatta della seggiola. Durante questi mesi giovani maasai maschi della stessa età si ritrovano, vivono insieme e condividono tutto, anche le mogli. Infatti ogni maasai maschio la sera può visitare quante donne desidera. Basta che lasci un segno fuori dall’uscio così il marito “legittimo” sa che qualcosa è in corso e non disturba. Purtroppo la promiscuità tipica di questa cerimonia causa un aumento esponenziale degli infetti da AIDS e altre malattie sessualmente trasmissibili. Inoltre, lo scopo della cerimonia non è la procreazione e le donne per evitare di rimanere incinta preparano delle bevande di erbe che usano come contraccettivo. Nei casi in cui non funziona ricorrono all’aborto. E’ difficile che una donna maasai rifiuti la tradizione, soprattutto nella Loita che è il bacino degli hard-core. Ma molte donne subiscono in silenzio quello che poi in sedi separate definiscono come violenze. Sicuramente l’interazione tra i maasai e lo staff di organizzazioni internazionali preoccupate di difendere vari diritti ha influito sul modo in cui oggi le donne – e gli uomini – maasai guardano alla tradizione. I maasai hanno difeso la loro cultura per secoli, riuscendo a congelare il tempo e vivere in una realtà fatta di vacche, nomadismo che poi si è trasformato in uno stile di vita più stanziale, guerrieri, organizzazione sociale gerarchica e patriarcale nella quale le donne si sobbarcano tutti i lavori, mentre gli uomini pascolano le mandrie. Per i maasai, la vacca è il capitale che determina il valore e il prestigio di un uomo, mentre le pecore e le capre sono il conto in banca, se così possiamo chiamarlo, cioè merce di scambio con cui ci compro quello che mi serve e mi pago il dottore maasai se ne ho bisogno – ma oggi anche le cure di una dottoressa bianca, Maria Schiestl, l’unica nel raggio di chilometri a vivere tra loro. Tuttavia questo vale solo per gli uomini, perché per una donna, che in media vive 10 anni in meno di un uomo e a cinquant’anni è praticamente finita, non si spreca una capra. 

La tradizione maasai, così gelosamente custodita, sta modificandosi, o inquinandosi direbbero alcuni, con il passare del tempo e attraverso l’inevitabile contatto con altri popoli e culture.  

E come è prevedibile, il confronto si trasforma spesso in scontro dove i maasai della vecchia generazione, quelli convinti che ogni modificazione della cultura equivale alla perdita di identità, sbraitano contro i più giovani che magari mettono i jeans e la camicia e hanno smesso di fasciare i corpi asciutti e longilinei nelle meravigliose stoffe rosse. I giovani sono confrontati dalla difficoltà di conciliare il passato con un futuro verso il quale molti vogliono andare e il risultato è spesso drammatico. Il numero di suicidi tra i giovani è aumentato esponenzialmente al punto che nella clinica dove Maria lavora vengono portati in media un paziente al mese che ha tentato il suicidio. Molti muoiono perché vengono portati troppo tardi, ed altri trovati già morti non vengono nemmeno denunciati. I maasai hanno un rapporto particolare con la morte. Quando qualcuno lascia questo mondo ci sono persone incaricate a rapare la testa del deceduto (non i familiari che di solito scappano non appena si accorgono del decesso), e il corpo lavato non viene seppellito. Per i maasai il corpo di un morto non ha valore, è buono solo come cibo per le fiere. Maria ha avuto alcune difficoltà ad accettare questo modo di trattare la morte e il corpo del defunto a cui nella nostra cultura viene data come minimo degna sepoltura. Ha quindi deciso di scavare buche in un pezzo di terra vicino alla clinica sulle quali mette dei rami per sapere dove sono stati sepolti i corpi e quindi dove non si può più scavare.

Maria Schiestl è una dottoressa austriaca di una cinquantina d’anni. Un donnino pieno di energie che fa il medico in mezzo ai maasai da cinque anni, e ne ha spesi più di tre per conquistarsi la loro fiducia. “Quando hanno visto che faccio miracoli – dice scherzando – cioè quando curo qualche malattia, hanno iniziato a fidarsi.”

Maria atterrò tra i maasai negli anni 90′ quando ancora non era medico e invece lavorava come maestra. Dopo aver vissuto con i maasai, da cui rimase molto affascinata, si rese conto che ciò di cui avevano più bisogno era un medico. “E così tornai in Austria e mi iscrissi a medicina. Dopo lunghi anni di studio mi laureai e cinque anni fa venni qui a fare il medico.” 

E’ sola Maria, l’unica donna bianca a lavorare in questa zona remota del Paese a otto ore di macchina da Nairobi – con il suo pick-up scasso pure dodici. Vive senza TV, senza copertura telefonica (il cellulare prende solo da un punto preciso su una delle colline della Loita sul quale hanno piazzato un sasso scuro per ritrovarlo), senza internet, nel totale isolamento professionale. Maria non ha nessuno con cui condividere le preoccupazioni e i dubbi sulle scelte che fa come medico. Sta formando degli infermieri – tutte donne e uomini maasai – cosicché nel giro di qualche anno il progetto possa andare avanti senza di lei. I maasai hanno un loro modo di affrontare la sofferenza (fisica e psicologica/emotiva) alla quale si abituano sin da giovani essendo sottoposti a vari rituali penosi (incisioni, lobi degli orecchi da allargare, estrazione dei denti, mutilazione femminile ecc.) e difficilmente comprendono il carico emotivo che il lavorare come medico bianco in contesti di sviluppo e con pochi mezzi può creare. Per esempio, quando arriva un paziente in clinica che non può più essere salvato, o una donna incinta che essendo stata mutilata genitalmente da giovane le viene tagliata grossolanamente la vagina e muore dissanguata, o quando una donna è gravemente malata e non si riesce a convincere il marito a farla curare, ecco, tutto questo “è paralizzante”. E Maria la sera prima del tramonto quando in clinica regna la calma, se ne va in cima alla collina a vedere il sole morire dietro l’orizzonte e cerca un modo per metabolizzare il vissuto di una giornata difficile. E magari piange. Da sola.

2 thoughts on “Maasai: tradizione, modernità, e un medico bianco

  1. I like this post, it brings back the memories of our days in Loita, which seem so far away now. Look forward to read more news on your blog.

  2. Ciao queste storie non possono rimanere solo su un blog, devono essere divulgate anche in altri modi, cartaceo, testimonianza ecc.. Complimenti capisco la collega che lavora in mezzo ai maasai e alla sera va sulla collin ae matabolizza l’impotenza vissuat durante la giornata.
    ciao

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