Le giornate ad Haiti passano veloci e mancano tempo e talvolta energie per raccontare della situazione, dei piccoli ma indispensabili passi avanti che la popolazione di Haiti e le organizzazioni umanitarie compiono, degli enormi ostacoli che spesso non vengono evidenziati negli innumerevoli negativi messaggi che i media passano quando scrivono della lentezza degli aiuti.
1.3 milioni di persone sono sfollate dopo il terremoto e vivono in campi. I campi sono luoghi dove le organizzazioni umanitarie hanno provveduto a fornire tende alle migliaia di persone senza tetto. Ci sono campi in centro città, nelle piazze difronte alle chiese e agli alberghi. I campi sono allestiti su terreni privati (la terra ad Haiti è sempre di proprità di qualcuno) e non mancano casi di proprietari terrieri che chiedono pagamenti o reclamano il diritto sulla loro terra e minacciano sgomberi forzati. Altri invece hanno accettato che centinaia di persone si installassero sui loro terreni pur sapendo che i campi sono destinati ad esistere per molti mesi, forse anni a venire.
Nelle zone colpite dal terremoto 25 milioni di metri cubi di macerie giacciono ancora ovunque (per metterla in prospettiva: il terremoto che colpì il Pakistan nel 2005 causò 2.3 milioni di metri cubi di macerie). Lo sgombero è iniziato subito dopo il terremoto ma è rallentato dai corpi che ancora si trovano tra i palazzi collassati e soprattutto dal numero ridicolo di camion che lavorano per lo sgombero – 1000 camion al giorno – che, di questo passo, termineranno i lavori nell’arco di tre anni.
Il palazzo del governo, anch’esso distrutto dal sisma, è nelle stesse pietose condizioni in cui il mondo lo ha visto alla TV il 12 gennaio, è l’icona della distruzione di un Paese, di un governo impotente e fortemente indebolito.
A quasi 10 mesi dal terremoto le tende erette nei mesi di febbraio e marzo cominciano a puzzare, buchi si formano nelle stoffe tirate al limite dello strappo e l’umidità all’interno rende il caldo pressoché insopportabile.
Le organizzazioni umanitarie sono impegnate a costruire Transitional Shelters (T Shelters) che offrono una protezione maggiore e sono un passo avanti rispetto alle tende. I T-Shelter sono strutture in legno compensato o ferro a stanza unica con un tetto in alluminio corrugato e spesso delle fondamenta. Sono stati costruiti circa 5.657 T-Shelters. Le organizzazioni hanno in progetto di costruirne circa 140.000 che ospiteranno quasi 700.000 persone, l’equivalente della popolazione di Boston.
Altre organizzazioni come Caritas Austria e Caritas Svizzera costruiscono case permanenti (Permanent housing) a prova di terremoto e uragano (venti fino a 170 km/h). Le due organizzazioni hanno in progetto di costruire in totale 2.200 case permanenti.
Entrambi gli approcci sono necessari. Le due fasi, costruzione di T shelters e Permanent Housing, si susseguono. T Shelters sono necessari per dare un tetto in tempi brevi a 1.3 milioni di persone. La ricostruzione è altrettanto necessaria ma implica più tempo e molti più fondi: per costruire una casa permanente ci vogliono tra i 7.000/10.00 euro e due settimane di tempo. Un T-shelter ha un costo di circa 1.000 euro e viene costruito in un giorno. E’ evidente che per rispondere ai bisogni immediati è necessaria la costruzione di T shelters.
Per quanto riguarda la riparazione delle case danneggiate le organizzazioni stanno aspettando che il governo proponga linee guida da seguire e l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di ricostruzione sta lavorando da mesi con il governo per la formulazione delle linee guida e fa da ponte tra governo e organizzazione umanitarie che lavorano sul terreno. C’è bisogno di una direzione sulle modalità per riparare le case danneggiate e chiarezza su chi è responsabile per il controllo di qualità.
Ma le sfide non sono finite!
Nel mese di ottobre un’epidemia di colera – che è davvero inusuale ad Haiti (l’ultima epidemia risale a 50 anni fa) – ha colpito soprattutto le regioni al nord di Port-au-Prince e ad oggi circa 5.000 persone sono ricoverate e 330 sono morte.
Ci sono varie accuse che si dirigono verso la MINUSTAH, United Nations Stabilization Mission in Haiti, in particolare verso soldati Nepalesi accusati di essere portatori del batterio. Parrebbe che nelle regioni al nord di Haiti dove MINUSTAH ha alcune basi, la società responsabile della gestione delle scorie abbia rovesciato liquami umani nel fiume la cui acqua è bevuta dalla gente e utilizzata per l’agricoltura. Una recente indagine avrebbe dimostrato l’infondatezza delle accuse. Tuttavia, il tipo di Vibrio Cholerae sembra essere simile a quelli del sud-est asiatico e, inoltre, in Nepal il colera è endemico. A causa del reciclo continuo di personale (i soldati cambiano ogni sei mesi) l’ipotesi non è da escludersi a priori.
Le organizzazioni umanitarie stanno facendo di tutto perchè il batterio non colpisca i sovraffollati campi o slum di Port-au-Prince. La buona notizia è che i numeri dei nuovi infettati vanno diminuendo ma…
… il timore è che l’uragano Thomas che si sta dirigendo verso l’isola potrebbe diffondere il colera e distruggere i tentavi di contenere l’epidemia.
Già, perché Thomas, un uragano che ha deciso di dirigersi verso l’isola hispaniola e che andrà a concludere la stagione degli uragani (che va da giugno a novembre) ha già ucciso 4 persone sull’isola si St.Lucia a poche miglia da Haiti. La data del suo arrivo ad Haiti è difficile da definire, ma quasi certamente entro la fine della settimana.
Queste sono la sua traiettoria e forza:
Si temono morti e ulteriori danni a T-Shelter e campi.
Non resterà che titrarsi su le maniche e ricominciare da quello che rimane. Le organizzazioni umanitarie lo fanno da gennaio, gli Haitiani da una vita.



Nessuno
November 11, 2010
…la settimana scorsa ho dato assistenza a Moana 60, con Capitan Zanna, per prepararsi per la traversata! …hanno un progetto con le scuole di Haiti …magari Ti capiterà di incrociarli!
p.s. Auguri!